Il dio dei denari
E' in libreria Lavorare uccide, il libro che racconta il mio viaggio in Italia attraverso le morti sul lavoro. Come esergo del libro, e in coda, una canzone che ho scritto sulle donne che perdono il loro uomo sul lavoro. Si intitola Il dio dei denari, e farà parte del repertorio del mio nuovo progetto musicale Marco Rovelli LibertAria (al quale adesso, dopo l'immersione in questo libro, torno a lavorare con costanza).
L'angelo schiavo, accecato, impotente
sigilla di sangue innocente le porte
poi viene il signore onnipotente
e alle soglie imbiancate scombina la sorte
Siede per terra, la donna E soffia via la cenere
Guarda il cielo di sbieco E non può più attendere
Intorno tutto è infecondo Negli occhi il deserto
In fine è un grido che s'alza Dal suo seno aperto
Eccolo il dio dei denari
Che brucia vite e ne fa scorta
Macchina viva, carne morta
Non tutti gli umani sono uguali
Eccolo il dio dei denari
Il passato è davanti allo sguardo disperso ed impuro
La donna si strappa di bocca il tempo futuro
Si alza e conosce da un segno che è tempo di andare
Impone un ritmo al suo passo E' pronta a parlare
Questo tempo labile ha un segno indelebile
che chiama a raccolta la forza dei mari
per aprire bocche dischiudere mani
ed un'altra vita sia in salvo domani.
Eccolo il dio dei denari
Che brucia vite e ne fa scorta
Macchina viva, carne morta
Non tutti gli umani sono uguali
Eccolo il dio dei denari
Il paese guasto (sul nuovo Myspace)
Nell'attesa che un gruppo sorga stabilmente, ho messo su un myspace musicale, qui. Si possono ascoltare alcune canzoni e vedere i video delle due canzoni fatte con Apuamater e Kobayashi. Tra le canzoni da ascoltare, "Il paese guasto", che feci una decina d'anni fa con gli Swan Crash e sto rimettendo su ("Il paese guasto" è un verso della Commedia dantesca, con il quale qualcuno propose di tradurre la "Wasteland" di Eliot, poema dal quale nasce la canzone): il senso del pezzo è - come dire - metafisico e universale, ma se lo si riferisce al paese italico, io credo che funzioni, anche troppo.
Lentamente
Si procede lentamente. Ho chiuso il libro Lavorare Uccide solo qualche giorno fa, e ho dovuto sospendere qualsiasi progetto musicale. E il progetto teatral-musicale, essenziale a mettere in moto il gruppo stesso, è un po' slittato. Tempi lunghi insomma, ma questo non mi sfianca. Ho un pacchetto di canzoni nuove che reggeranno l'usura, e conto che chi ha voglia di ascoltarle abbia memoria d'elefante. Nel frattempo, Davide ha messo su youtube anche il video dell'altra canzone che abbiamo fatto agli Animosi, col recitato che poi è il racconto del mio 19/20 luglio a Genova. Qui.
Libertà
Il mio amico Davide Giromini ha messo su YouTube brani del suo concerto di dicembre al teatro degli Animosi a Carrara. Qui il video di Libertà, cantata dal sottoscritto. Il riferimento alle morti sul lavoro è dovuto al fatto che il concerto è stato la sera dopo la strage della ThyssenKrupp.
Domani vado qui - a vedere se in quel porto ci sono ancora marinai che bevono e bevono e ribevono e bevono ancora. Tranne sabato, che devo andare qui a dire due parole.
marcorovelli & sbandati
Mi sono visto con Egle, la scorsa settimana, e abbiamo mosso i primi passi. Lentamente, che ancora il prossimo mese sono quasi totalmente risucchiato dal libro nuovo. Egle è Egle Sommacal, uno dei migliori chitarristi in Italia, a mio parere: ex chitarrista dei Massimo Volume - ed è nota la sua personalità di chitarrismo elettrico ai tempi, le sue intramature inconfondibili -, negli ultimi anni percorre territori acustici. Ha partorito un lavoro solista alla chitarra acustica, Legno. Adesso mi sta dando una mano ad arrangiare i pezzi nuovi. Altri musicisti si aggiungeranno, e di pari valore. C'è in ballo un lavoro teatral-musicale a partire da Lager italiani, e dovremmo partire da lì, per poi far confluire il tutto in un'esperienza musicale nuova. Segnata a mio nome, ché è giusto che me ne prenda la responsabilità. Ma quando sei accompagnato da simili sbandati sei sicuro del cammino.
Suoni della Memoria
(con postilla sul canto che ti libera da te stesso)
Domenica 20, al Leoncavallo, la sera dopo cena, i Suoni della Memoria. Il 27 è la giornata mondiale della memoria della Shoah. Ma c'è da far memoria anche delle troppe stragi impunite in questo paese. Una serata di reading e di musiche. Con Daniele Biacchessi che recita "I ventitré giorni di Alba" di Fenoglio, Bebo Storti che recita brani di "Mai morti", Gianni Biondillo che legge Pasolini, e il sottoscritto che legge un brano dal libro sui morti sul lavoro (lo chiudo entro febbraio, e uscirà ad aprile). Ma canterò, pure, altrimenti non l'avrei scritto su questo blog. Almeno un paio di pezzi di memoria: sicuramente gli Sbandati (Fuochi sulla montagna), e magari la Comunarda. Ma poi, come sempre, si decide all'ultimo momento.
Certo è, in ogni caso, che non vedo l'ora di tornare a cantare "davvero". Cantare, come scrivevo sotto citando Rilke (anche se ovviamente lui si riferiva al poetare), è davvero altro respiro. E' come tornare, ogni volta, nuovi. E salire sul palco è meraviglioso non tanto perché si è guardati, riconosciuti (nel senso hegeliano, dico) - ma perché sei lì, alla prova. Ed è la prova di una presenza assoluta. Devi essere tutto coincidente. Nessuna frattura anima/corpo (posto che siamo noi a volerla vedere, quella frattura). Il canto è, insieme, anima e corpo al massimo grado di intensità. Il canto è verità perché espressione pura. E farsi voce davanti agli altri, per gli altri, dunque divenir voce altrui, corpo altrui - è questo il meraviglioso. Perché ti costringe, in qualche modo, a liberarti di te. A non esserci.
Canto
Cantare è altro respiro, perché immagine del vuoto. Canto, aderisco alla mia cavità, le sue pareti si fanno di cristallo, risuonano di una luce blu, una luce debordante come sempre è troppa la luce di un cielo straniero, e questa luce mi avvolge come la veste un tuareg, come il mare che mi sta davanti, e cantando e sacrificando dico sì a questa immensa ferita della terra, la mia carne si fa sfera di sette colori che prende a rotolare per un dirupo e scivola sulla riva, il vento si apre davanti agli occhi e mostra il suo ventre gravido d’acqua e sangue, è il suo urlo di gioia ad ogni sì che si alza come danza da ogni bocca, le orecchie inondate da suoni di vetro. E’ un sì che spezza le vene, iniettate di nitroglicerina ed esplose come deserti, è un sì che fa della gola un canale in mezzo all'oceano, è un sì che taglia le punte delle dita e le fa cave, gocciolanti. E’ un sì che trapassa il corpo, vittima offerta alla danza.
A me mi piace vivere alla grande
Ricordate? Correva l'anno 1979, e un menestrello spezzino cantava sul palco di Sanremo "A me mi piace a vivere alla grande, girare tra le favole in mutande". Io avevo dieci anni, e ricordo che la parola "mutande", a noi bambini di educazione piccolo borghese e puritana faceva ridere, declamata da quel palco "ufficiale" (Sanremo era davvero un rito delle festività della buona vecchia piccola borghesia).
Lui era Franco Fanigliulo. Sarebbe morto dieci anni dopo, a 44 anni. Venerdì ci sarà un tributo, al Pegaso di Arcola (tra Sarzana e La Spezia). Mi hanno dato un cd con i pezzi di Fanigliulo, dicendo che "Marco e Giuditta" sarebbe stato nelle mie corde. Era vero, e mi cimenterò nell'interpretarla. Una canzone dalla pelle triste, malinconica, ma con una torsione redentiva, se la redenzione è uno sguardo che riscatta il passato, che ne riscatta il senso, e trasforma la pioggia in miele.
Un'ultima cosa: se ricordate l'immenso film "Berlinguer ti voglio bene", ricorderete anche quel Romeo che canta mentre Benigni balla aggrappato a una bionda stagionata. Quello che annuncia la (finta) morte di sua madre. Ecco, quello era Franco Fanigliulo.
La Communarde
E' il bellissimo dono natalizio di Riccardo Venturi: qui. Il ritornello, tra l'altro, ci sta che è una meraviglia. Merci bien camarade!