marcorovelli & sbandati
Mi sono visto con Egle, la scorsa settimana, e abbiamo mosso i primi passi. Lentamente, che ancora il prossimo mese sono quasi totalmente risucchiato dal libro nuovo. Egle è Egle Sommacal, uno dei migliori chitarristi in Italia, a mio parere: ex chitarrista dei Massimo Volume - ed è nota la sua personalità di chitarrismo elettrico ai tempi, le sue intramature inconfondibili -, negli ultimi anni percorre territori acustici. Ha partorito un lavoro solista alla chitarra acustica, Legno. Adesso mi sta dando una mano ad arrangiare i pezzi nuovi. Altri musicisti si aggiungeranno, e di pari valore. C'è in ballo un lavoro teatral-musicale a partire da Lager italiani, e dovremmo partire da lì, per poi far confluire il tutto in un'esperienza musicale nuova. Segnata a mio nome, ché è giusto che me ne prenda la responsabilità. Ma quando sei accompagnato da simili sbandati sei sicuro del cammino.
Suoni della Memoria
(con postilla sul canto che ti libera da te stesso)
Domenica 20, al Leoncavallo, la sera dopo cena, i Suoni della Memoria. Il 27 è la giornata mondiale della memoria della Shoah. Ma c'è da far memoria anche delle troppe stragi impunite in questo paese. Una serata di reading e di musiche. Con Daniele Biacchessi che recita "I ventitré giorni di Alba" di Fenoglio, Bebo Storti che recita brani di "Mai morti", Gianni Biondillo che legge Pasolini, e il sottoscritto che legge un brano dal libro sui morti sul lavoro (lo chiudo entro febbraio, e uscirà ad aprile). Ma canterò, pure, altrimenti non l'avrei scritto su questo blog. Almeno un paio di pezzi di memoria: sicuramente gli Sbandati (Fuochi sulla montagna), e magari la Comunarda. Ma poi, come sempre, si decide all'ultimo momento.
Certo è, in ogni caso, che non vedo l'ora di tornare a cantare "davvero". Cantare, come scrivevo sotto citando Rilke (anche se ovviamente lui si riferiva al poetare), è davvero altro respiro. E' come tornare, ogni volta, nuovi. E salire sul palco è meraviglioso non tanto perché si è guardati, riconosciuti (nel senso hegeliano, dico) - ma perché sei lì, alla prova. Ed è la prova di una presenza assoluta. Devi essere tutto coincidente. Nessuna frattura anima/corpo (posto che siamo noi a volerla vedere, quella frattura). Il canto è, insieme, anima e corpo al massimo grado di intensità. Il canto è verità perché espressione pura. E farsi voce davanti agli altri, per gli altri, dunque divenir voce altrui, corpo altrui - è questo il meraviglioso. Perché ti costringe, in qualche modo, a liberarti di te. A non esserci.
Canto
Cantare è altro respiro, perché immagine del vuoto. Canto, aderisco alla mia cavità, le sue pareti si fanno di cristallo, risuonano di una luce blu, una luce debordante come sempre è troppa la luce di un cielo straniero, e questa luce mi avvolge come la veste un tuareg, come il mare che mi sta davanti, e cantando e sacrificando dico sì a questa immensa ferita della terra, la mia carne si fa sfera di sette colori che prende a rotolare per un dirupo e scivola sulla riva, il vento si apre davanti agli occhi e mostra il suo ventre gravido d’acqua e sangue, è il suo urlo di gioia ad ogni sì che si alza come danza da ogni bocca, le orecchie inondate da suoni di vetro. E’ un sì che spezza le vene, iniettate di nitroglicerina ed esplose come deserti, è un sì che fa della gola un canale in mezzo all'oceano, è un sì che taglia le punte delle dita e le fa cave, gocciolanti. E’ un sì che trapassa il corpo, vittima offerta alla danza.
A me mi piace vivere alla grande
Ricordate? Correva l'anno 1979, e un menestrello spezzino cantava sul palco di Sanremo "A me mi piace a vivere alla grande, girare tra le favole in mutande". Io avevo dieci anni, e ricordo che la parola "mutande", a noi bambini di educazione piccolo borghese e puritana faceva ridere, declamata da quel palco "ufficiale" (Sanremo era davvero un rito delle festività della buona vecchia piccola borghesia).
Lui era Franco Fanigliulo. Sarebbe morto dieci anni dopo, a 44 anni. Venerdì ci sarà un tributo, al Pegaso di Arcola (tra Sarzana e La Spezia). Mi hanno dato un cd con i pezzi di Fanigliulo, dicendo che "Marco e Giuditta" sarebbe stato nelle mie corde. Era vero, e mi cimenterò nell'interpretarla. Una canzone dalla pelle triste, malinconica, ma con una torsione redentiva, se la redenzione è uno sguardo che riscatta il passato, che ne riscatta il senso, e trasforma la pioggia in miele.
Un'ultima cosa: se ricordate l'immenso film "Berlinguer ti voglio bene", ricorderete anche quel Romeo che canta mentre Benigni balla aggrappato a una bionda stagionata. Quello che annuncia la (finta) morte di sua madre. Ecco, quello era Franco Fanigliulo.