Suoni della Memoria
(con postilla sul canto che ti libera da te stesso)
Domenica 20, al Leoncavallo, la sera dopo cena, i Suoni della Memoria. Il 27 è la giornata mondiale della memoria della Shoah. Ma c'è da far memoria anche delle troppe stragi impunite in questo paese. Una serata di reading e di musiche. Con Daniele Biacchessi che recita "I ventitré giorni di Alba" di Fenoglio, Bebo Storti che recita brani di "Mai morti", Gianni Biondillo che legge Pasolini, e il sottoscritto che legge un brano dal libro sui morti sul lavoro (lo chiudo entro febbraio, e uscirà ad aprile). Ma canterò, pure, altrimenti non l'avrei scritto su questo blog. Almeno un paio di pezzi di memoria: sicuramente gli Sbandati (Fuochi sulla montagna), e magari la Comunarda. Ma poi, come sempre, si decide all'ultimo momento.
Certo è, in ogni caso, che non vedo l'ora di tornare a cantare "davvero". Cantare, come scrivevo sotto citando Rilke (anche se ovviamente lui si riferiva al poetare), è davvero altro respiro. E' come tornare, ogni volta, nuovi. E salire sul palco è meraviglioso non tanto perché si è guardati, riconosciuti (nel senso hegeliano, dico) - ma perché sei lì, alla prova. Ed è la prova di una presenza assoluta. Devi essere tutto coincidente. Nessuna frattura anima/corpo (posto che siamo noi a volerla vedere, quella frattura). Il canto è, insieme, anima e corpo al massimo grado di intensità. Il canto è verità perché espressione pura. E farsi voce davanti agli altri, per gli altri, dunque divenir voce altrui, corpo altrui - è questo il meraviglioso. Perché ti costringe, in qualche modo, a liberarti di te. A non esserci.
